Film di cemento e di architetture postmoderne,
film di cellulari,
film di città che si rincorrono,
di pioggerella che diventa neve, di elicotteri che riprendono la scena dall'alto, di viaggi transcontinentali e
di tanto grigio
(come la sciarpa perenne che Naomi Watts porta al collo o il suo cardigan di casa).
Passaggi, passerelle, corridoi sulle tegole, stradine tra i suk, movimenti zigzaganti tra le automobili ferme al semaforo,
scale a scalini o a spirale, finestroni e ascensori (quello italiano parte solo col pulsante e Owen non se l'aspetta, rimane interdetto)
infine
ponti, tanti ponti.
"Un giorno bisogna decidere
quali ponti attraversare e quali ponti tagliare...
ed io sono quello da tagliare."
E il macho Clive Owen con lobo d'orecchio spappolato dà l'addio alla perfettina Naomi Watts che strizza gli occhi lacrimosi, non lo bacia, gira tacchi e se ne va.
Banche
brutte cattive.
Ah, dimenticavo lo
splatter splatter splatter
molti fluidi che sgorgano
tanto rosso sangue
che lava il Guggenheim
che bagna la flanella del gessato
che gocciola da buoni e da cattivi
vomito a pioggia
dito che s'infila in una ferita
mano che trattiene la carotide recisa